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Poesia

 

Poesia Edita


Roma che… di Marco Righetti


Non bastano le anomalie della politica, le trame ineffabili: neppure Roma ha ancora sciolto il suo mistero, se fu prigioniera troiana o nipote di Enea, moglie di Ascanio o figlia di Ulisse e Circe. Roma che riceve l’onore del più grande tempio dell’antichità imperiale (quello di Venere e Roma) e sa che la Vittoria alata già vola via verso un’altra Storia.

roma tifoRoma che oggi assiste al traffico di co2 e bus e pedoni inferociti, ai veleni parlamentari, alle saghe sull’abilità di incrementare i consumi quando anche quello dei sogni sembra finito. Mentre le griffe i cuoi le pelli resistono nelle vetrine come rettili in esposizione, tramortiti dal calore delle lampadine.

Roma dei turisti fra Piazza del Popolo e Piazza Venezia che non sanno le gare realmente bestiali che si correvano in via del Corso.

Roma dei suoi tredici obelischi storici, elevati al cielo molto prima dei monti manzoniani, e il primo a trasportarli nelle piazze fu Felice Peretti.

Roma degli errori sulla pietra, tipo quello sul basamento dei Dioscuri in piazza del Quirinale, che non sono opera di Fidia e Prassitele ma peraltro valenti copie romane, tipo quello alla base della colonna aureliana con la dedica ad Antonino Pio quando invece il monumento celebra i trionfi di suo genero, appunto, Marco Aurelio.

Roma del Grand Tour e degli artisti che la frequentavano navigando fra principi, plebe e mestieri secolari, ladri e carestie.


Roma un tempo lontana dalla voga di accorciare tutto, anche la lingua italiana, per cui Circo Massimo diventa Crc Mxm, ma forse è solo un disperato bisogno di guadagnare tempo (almeno quello, in tempi di guadagni magrissimi).

Roma oggi davvero più corta, che quando vai sottoterra (da vivo) per incontrarti con nostra signora dei trasporti (la metropolitana) ti ritrovi in un altro quartiere e l’ultima volta che c’eri stato avevano scoperto una colonna di granito.

Borges diceva che a Roma si torna anche quando non ci si è mai stati. Le lapidi, le targhe sui palazzi raccontano tutti coloro che sono tornati, dopo esserci stati, forse, prima di nascere.

È tornata anche la Dea Roma, quella enigmatica, metafisica e sfuggente di Igor Mitoraj, che sale dal passato come una maschera o un testimone, è di travertino perché la memoria resti, è esposta alla pioggia perché assuma ogni respiro della città, ma ora ha il naso rotto e la polmonite. Svetta la nuova Dea Roma come una casta diva, una bellissima perdita, visto che piange il suo abbandono.

Racconta il fornice dell’arco di Tito quanto violentemente Roma affossò la storia del popolo ebraico, salvo poi mostrarsi tollerante con la Constitutio antoniniana.

Roma di Paolo IV e del Ghetto.


Roma nel calcio del fucile dei tedeschi, Roma dei luoghi di deportazione degli ebrei, del palazzo degli orrori a via Tasso 155, le finestre a bocca di lupo, e le urla che trapelavano all’esterno. Ma la resistenza silenziosa della città salvò diecimila ebrei. Oggi è nascosta quella Roma di case private, ospedali, conventi, territori della Santa Sede che permisero loro di arrivare indenni al 4 giugno, è storia che ancora racconta la sua dolorosa vittoria appena un metro sotto l’intonaco delle case, sotto l’asfalto.

Roma che affida le memorie della seconda guerra mondiale a libri, media, musei, ma ne ritrova altre fra i figli e i nipoti dei sopravvissuti.

Perché certa storia non può finire, anche quando per fortuna sono quasi settant’anni che è finita.


Roma che certe decisioni sono partite fra istituzioni in lotta, Roma che si è vista chiudere centri accoglienza per alcolisti e tossicodipendenti, o che assiste impotente all’ennesima vittima della strada, o al caso di una donna che inciampa e perde il bambino.

Roma che chiudono sessanta imprese al giorno.

Roma che l’acquedotto Claudio fa da paravento alla strada ferrata.

Roma che ad ogni fontana o fontanella c’è un povero che appare sulla scena.

Roma dove gli abusivi chiedono ai vigili di essere multati per non dover pagare molto più per avere la licenza.

Roma dei dies fasti dell’arte, dei monumenti che ciclicamente riaprono le porte e riespongono il passato, vivo, e il primo oggetto che stona è il tuo telefonino che squilla.

Roma che ha deciso felicemente di sostentare il cielo con marmi e ruderi perché resti sempre alto sulla nostra testa, come una speranza.

Roma dove ‘tutt’ha er zu’ tempo’, dice il Belli, anche la poesia.


Due liriche di Marco Righetti.


Parole al figlio

Per te Roma cominciò quando a Piazza Navona

avevi in bocca

un dieci di gratitudine

per le mie spiegazioni

ti sorprendevo con un’alba

sulle labbra

e la sorpresa della falsa cupola a Sant’Ignazio

l’occhio polifemico del Pantheon

ti portavo a spasso ed eri tutto figlio,

Roma te la davo io.

Controlla adesso

la periferia del cuore:

è con questo bosco di presenze

che muoverai ancora

verso centri di sole.

*



Indicazioni

Anche oggi l’Arco Farnese inquadra

via Giulia come porta secondaria

della giornata, abbonda lo sciacquio

di tazzine il giornale che ti cala

perentorio nel sangue e dice sciopero

nel latte del mattino, l’improvviso

guizzo di chiese in fuga dai rumori,

la gradinata si srotola in piazza

di Spagna spose come vele chiare

sono l’iride nuova per gli esterni,

sai dovunque tu vada imboccherai

la confusione ma se ascendi al Pincio

la vista è sciame: calde mareggiate

di figli in volo per quest’esistenza.


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